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Oggi: 08 Set 2010
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Ansia e personalità

ansiaDiversamente dal bimbo capace di manipolare con successo il genitore, esiste un’altra eventualità: che il piccolo (trai 2 ed i 4 anni) intraveda nel mondo o la relazione con l’altro una minaccia (reale o percepita tale, non ha importanza). A questo punto, il trattenersi diverrà una risposta generalizzata e quindi disfunzionale (che alcuni  definirebbero patologica). Da qui prende corpo l’altra distorsione del sé: quella dipendente.  

Naturalmente il sé cresce e si consolida proprio per differenza: io –non io. Quindi per incontro con l’altro, con ciò che è altro da me. Se l‘incontro è negato, ed il sé trattenuto, il bimbo, poi adulto, resta trattenuto, prigioniero del proprio sé infantile, immaturo. E questo bimbo avrà sempre paura di staccarsi dal mondo domestico e familiare ed esplorare da solo il mondo. Necessiterà sempre dell’attaccamento materno: attaccamento a qualcosa che è simile a lui, mai diverso. Teme le distanze, le diversità, e ricerca ciò che è simile, che sa gestire, che conosce. Questa predilezione per il simile e il conseguente rifiuto per tutto ciò che viene percepito come distante o differente, prevarrà come discorso principe anche nella futura scelta delle amicizie o del partner, nello sviluppo di una ridotta tolleranza verso il diverso, così come nella predisposizione ad intolleranze alimentari, o  allergie ed infezioni (self-not self: linfatico ed immunitario combattono ciò che ritengono diverso da sé).

 

Non sarà un individuo libero. Chiederà di essere schiavo, assoggettato, attaccato a qualcuno o qualcosa: al contempo di possedere-manipolare qualcuno, e di esserne posseduto. Ecco la personalità anale a lavoro: istinto di affermare la propria libertà, l’indipendenza e, contemporaneamente, bisogno di avere una presenza a cui assoggettarsi. “Cerco di affermare me stesso, ma per farlo ho bisogno di negare la tua libertà (ciò che in te è diverso da me), quindi te stesso. Mi affermo nella tua negazione. Ma se affermassi realmente me stesso, totalmente, non avrei bisogno di nessuno da manipolare, basterei a me stesso…quindi nell’affermare me stesso devo negarne alcune parti e lasciarti credere che tu sia libero di guidarmi”. In realtà è una manipolazione. Rifiuto e negazione rappresentano l’intercalare di ogni discorso del soggetto anale: “no, no, e no!” argomentano spesso i bimbi in questa fase. Nell’adulto la negazione diviene più articolata: è un sottrarsi al contatto apparentemente ricercato; è la capacità di mandare all’aria un rapporto, un lavoro, una situazione; è il rifiuto per tutto ciò che la propria limitata logica razionale non riesce ad assoggettare; rifiuto per terapie che possano modificare lo stato attuale del soggetto, seppur sofferente; è l’impossibilità di donare all’altro la propria intimità, sessuale o di vita ordinaria; è il ripetere costantemente: “non fa per me, non ce la faccio, da solo non riesco”.

La relazione con il partner, con il lavoro, con i figli è un’altalena tra il bisogno, l’attaccamento, la manipolazione, l’incapacità di restare soli, il terrore della solitudine ed il rifiuto dell’altro. Non si è sviluppato un reale senso di sé. “Con me mi annoio, da solo ho paura poiché non sono completo, non mi conosco totalmente e temo parti di me sconosciute o semplicemente sono inadeguato: non abbastanza, non all’altezza, non intero. Ma l’altro mi può ferire, mi può abbandonare”. Da qui la scarsa autostima, la mancanza di amor proprio….la mancanza di amore vero e proprio. Tutto è bisogno, attaccamento e rifiuto. Tutto è terrore di essere invaso dall’altro…..tutto viene percepito come altro da sé (poiché troppo piccola è l’area del proprio sé con cui il soggetto anale è venuto in contatto), minaccia, o disperato bisogno di identificazione.  Una lotta perenne…non c’è amore in questo. È conflitto e manipolazione. L’amore qui è impossibile…poiché: io non sono, io non ci sono. Manca la presenza, manca l’Essere. Eppure a sentir parlare la personalità dipendente, è sempre in cerca di una relazione: in realtà non la vuole, non è in grado di gestirla, a meno di non incappare in un suo clone. Una relazione presuppone un’accoglienza, una predisposizione all’apertura, al nuovo, al cambiamento, e questo è quanto di più temibile per un dipendente che nel nuovo scorge sempre il pericolo. Pertanto lo sentiremo lamentarsi spesso della sua solitudine, di non trovare nessuno abbastanza comprensivo, abbastanza altruista, abbastanza onesto, abbastanza profondo ed intelligente, abbastanza simile a lui da stargli accanto, quando invece è lui stesso, in realtà, a manipolare gli altri ed a cercar pretesti per evitare il contatto.

Nel caso in cui il dipendente riesca a gestire una relazione, l’altro sarà la vittima inconsapevole delle conferme alla sua identità. Verrà usato come bara di cristallo in cui fermare il tempo e chiudere al di fuori il mondo ( e cos’altro è una bara di cristallo se non lo specchio perenne della nostra inerme immagine?), in cui riflettere la propria percezione di identità fissa ed inviolabile. Le novità devono cadere necessariamente al di fuori, così come la crescita dei figli o l’evoluzione delle persone care e vicine. Guai se osassero emanciparsi: il dipendente perderebbe in tal modo la possibilità di manipolarle. Guai ai loro guizzi di libertà: come farebbe da solo il dipendente a sopportare se stesso, le proprie paure, le ansie? “Non cambiare mai” ripetono spesso ai loro affetti.

All’esasperato controllo razionale del dominante può far da controcanto la completa perdita degli impulsi del dipendente: farebbe qualsiasi cosa pur di non vedersi privato delle situazioni, delle persone che ha intorno e che per lui fungono da guscio.

Le affezioni che colpiscono questo soggetto possono aver luogo più nella parte bassa del corpo: stomaco, intestino e colon irritabili; costipazioni, emorroidi; i dipendenti sono bloccati, chiusi, o al contrario hanno un colon che “non ha presa” e quindi, per compensazione, non sa più trattenere. Addome gonfio, intolleranze alimentari, allergie, arti gonfi, stanchezza; sono sempre arrabbiati con il mondo, vittime innocenti, abbandonati, costretti a farcela con le proprie forze (manipolatorie!) Lamentano in continuazione il timore di essere feriti, delusi, incompresi.

La parte inferiore del corpo è quella che in Nutripuntura definiamo il polo metabolico. È l’area di pertinenza del bambino. L’esistenza del piccolo è sostanzialmente incentrata sull’alimentazione, la crescita, la capacità di assimilare, più che di elaborare. E le affezioni che colpiscono il dipendente sono per lo più quelle tipiche del bimbo: mal di pancia, difficoltà di digestione, di evacuazione, intolleranze, piccole infezioni. La personalità dipendente possiede la fragilità propria dell’infante. Il dominante, invece si muove più nell’area che in Nutripuntura definiamo polo cerebrale: è la parte alta del corpo, quella che interessa maggiormente l’adulto: la capacità di elaborare, di proiettarsi nel mondo, di realizzare. Ed in effetti, a prima vista il dominante appare, come abbiamo visto, come un individuo capace di affermarsi, indipendente, risoluto. Del resto la personalità dominante sembra essere proprio la caricatura del modello vincente proposto dalla società occidentale negli ultimi anni. Sennonché  si tratta di una  persona prigioniera dell’ideale di sé: come una principessa rinchiusa nella parte più alta della torre più alta del castello, in cui può vedere solo se stessa e trastullarsi nell’attesa che qualcuno abbastanza valoroso, abbastanza bello, abbastanza principe venga a salvarla. Ma la vita scorre a corte. E questa è solo una favola.

Apparentemente servizievoli, generosi, grati, in realtà dei gran manipolatori, i dipendenti come i dominanti non si fidano quasi mai dell’altrui opinione, seppure i dipendenti sentano la necessità di essere guidati e di abbandonare talvolta il controllo degli impulsi.

 

Fin qui abbiamo creato una netta distinzione tra i due aspetti della personalità anale dominante  e dipendente. Ma nella realtà le cose non sono mai così nette. Ciò che più spesso accade è una fusione di questi due aspetti, o piuttosto un’alternanza manifesta nelle condotte dello stesso soggetto.

Per la personalità anale tutto si gioca tra l’ideale e la realtà: tra i due mondi non v’è soluzione di continuità. C’è invece una scissione dolorosa che costringe questi individui a chiudersi in uno dei due emisferi: il proprio illusorio scompartimento infantile, al riparo dal contatto, dallo scambio, dalla relazione, dalla delusione, dall’abbandono, dal nuovo, dal diverso, dal vero Sé.

 Ed ecco che ogni situazione si presenta come terreno fertile per l’insorgenza dell’ansia: se io non sono abbastanza, tutto è più grande di me, e questo genera in me sconforto, disfatta, sofferenza, insicurezza….ansia di non farcela. Se percepisco me stesso come più grande, nulla e nessuno è al mio livello, ed io sono costretto a restare solo ed isolato dal mondo.

Per quanto riguarda le (noiose) argomentazioni statistiche, possiamo dire che le personalità dominanti solitamente si trovano soventemente nei maschietti, anche se con i recenti sviluppi sociali che hanno visto il sesso femminile coprire sempre di più ruoli maschili, le donne non ne sono affatto immuni. Mentre la personalità dipendente è sempre stata più appannaggio delle femminucce. Ma anche qui va tenuto conto del fatto che gli uomini hanno progressivamente abbandonato tratti distintamente maschili ed operato una virata verso fragilità più squisitamente femminili. Pertanto si può facilmente incappare in individui di sesso maschile con tratti tipici della personalità dipendente.

 

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